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Olivicoltura. Raccolta anticipata e danni da tignola, mosca e arretratezza colturale

olivi

(di Redazione) Un colpo d’accetta all’olivicoltura siciliana. A differenza della scorsa campagna che si era chiusa con il recupero delle rese rispetto al 2016, quella nuova inizierà con un riduzione diffusa in tutta la regione, ma in certi areali decisamente più marcata. Colpa ancora una volta delle condizioni meteoclimatiche di questo 2018 che hanno tra l’altro favorito l’attacco di mosca e tignola. 

Lo dicono le stime dei produttori raccolte dalla Cia Sicilia Occidentale. Numeri che mettono però a nudo un problema che ha radici profonde: l’assenza in molte zone vocate di adeguate competenze e di una vera cultura produttiva al passo con i tempi. Accade così che in provincia di Caltanissetta e Palermo è previsto un calo produttivo che – ad esempio nel Cerdese – arriverà all’80%, mentre a Menfi o Castelvetrano, dove le tecniche colturali negli ultimi anni hanno fatto grandi passi in avanti, le perdite saranno molto più contenute, con un massimo del 30 per cento. In questo scenario resta l’incognita dei prezzi: quello delle olive sta partendo con un lieve rialzo rispetto allo scorso anno; quello dell’olio sfuso dipenderà anche da altri fattori ma dovrebbe oscillare tra i 6 e gli 8 euro a seconda dell’areale.

Con un’annata scarsa, quindi, il rischio frode (olive siciliane mischiate a quelle provenienti da altri paesi o la miscelazione del nostro olio extravergine con altro prodotto estero) diventa più alto rispetto alle altre annate, in cui, comunque è sempre dietro l’angolo. Commenta Antonino Cossentino, presidente della Cia Sicilia Occidentale: «Vedere supermercati che offrono olio extravergine di oliva a meno di 3 euro a bottiglia è un’offesa e un colpo basso ai produttori siciliani: l’anno scorso l’olio sfuso più scadente è stato venduto a 4 euro. C’è da chiedersi che prodotto possa essere contenuto in  quelle bottiglie. Per noi è un colpo basso anche l’importazione a dazio zero dalla Tunisia, una concorrenza sleale istituzionalizzata. Inoltre, questo forte calo della produzione olivicola si aggiunge in alcuni territori alla disastrosa annata dei vigneti, zone dove il settore sconta danni superiori al 30 per cento: per questo la Cia chiede l’avvio delle procedure per il riconoscimento dello stato di calamità naturale».

Tornando alle stime, la provincia palermitana è quella che sembra dover accusare il colpo più duro. Le piogge di aprile e maggio, in periodo di prefioritura, poi il clima mite di giugno e quello quasi autunnale di agosto (durante le fasi di allegagione e di formazione e ingrossamento del frutto), hanno favorito il proliferare di tignola e mosca dell’olivo, due insetti che possono condizionare pesantemente il raccolto, così come sta avvenendo. Nel Partinicese e nella zona nord-orientale della provincia trapanese, il raccolto dovrebbe accusare un forte decremento che va dal 60 al 70 per cento. Nelle campagne di Cerda e Sciara, invece, le perdite previste andranno anche oltre l’80 per cento, così come nella zona di Montemaggiore e sulle Basse Madonie (60-70%), dove i danni sono stati più contenuti nelle coltivazioni intensive che sono state maggiormente monitorate dal punto di vista fitopatologico. Un po’ più contenute le riduzioni nelle zone interne, come Vicari, dove il raccolto calerà del 50 per cento. «Il calo produttivo – spiega Gino Provenzano, produttore di Partinico e presidente regionale del Gruppo di interesse economico dell’ olivicoltura della Cia Sicilia – poteva essere più contenuto. Un buon 30 per cento in meno è dovuto al fatto che l’olivo viene coltivato così come avveniva duemila anni fa. È cambiato magari qualcosa nella raccolta, fatta ora con mezzi meccanici, ma l’ olivicoltura siciliana non è riuscita a seguire l’esempio della viticoltura, dove l’innovazione delle tecniche culturali ha permesso un gran balzo in avanti. Non si fa il giusto monitoraggio sugli attacchi degli insetti e non si fa prevenzione. L’olivicoltura dalle nostre parti sconta ancora una buona dose di arretratezza».

Non è il caso delle zone di Castelvetrano e Campobello di Mazara, Trapani, Menfi, Sciacca, Ribera ed Agrigento, dove le tecniche di coltivazione – a cominciare da alberi più bassi e più facilmente gestibili in fase di prevenzione e raccolta – sono cambiate radicalmente. Nell’Agrigentino il calo produttivo dovrebbe attestarsi tra il 20 e il 30 per cento ma è scattata la corsa contro il tempo: le piogge estive, pur non avendo procurato danni particolari, hanno accelerato il processo di maturazione e il caldo delle ultime settimane ha determinato la caduta delle olive dagli alberi. La raccolta, che solitamente inizia dopo il 20 ottobre, è quindi già partita e i frantoi stanno anticipando l’apertura.

Interamente in salvo sembra invece la Dop Nocellara del Belìce, oliva da tavola tra le più conosciute e apprezzate a livello internazionale: se c’è qualche perdita nelle rese, questa verrà mitigata dalla maggiore pezzatura del frutto grazie alla buona disponibilità idrica di cui hanno goduto le piante.

Saranno dolori, invece, in provincia di Caltanissetta, che ha risentito del clima come quasi tutte le aree interne dell’Isola. All’annata di scarica si è sommato l’attacco della tignola al peduncolo, causando la cascola, cioè la caduta precoce del frutto.

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