Il nuovo volto del green siciliano potrebbe presto prendere forma. La nuova scommessa assume le sembianze dell’idroelettrico. Non solo vento e sole, l’Isola che da sempre convive con la siccità punta a riscoprire un nuovo impiego dell’oro blu, riscrivendone l’assetto organizzativo. Il disegno di legge approvato poco meno di quindici giorni fa in IV Commissione Ambiente, presieduta da Giuseppe Carta, mira così a rivedere le assegnazioni delle concessioni di grandi derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico con potenza superiore a 3.000 kW, che storicamente in Italia sono state in capo al monopolista Enel e che scadranno nell’aprile 2029, e la determinazione dei canoni.
La strada tracciata dal green deal europeo
Ma perché è così importante? L’energia idroelettrica è un pilastro strategico del green deal europeo, fondamentale per raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 e la quota del 42,5% di rinnovabili fissata per il 2030. A differenza di solare ed eolico, l’idroelettrico fornisce energia costante, essenziale per bilanciare i picchi di domanda, garantendo stabilità alla rete e accumulo energetico di lunga durata. L’obiettivo resta quello di superare il target Ue assegnato. Complessivamente, infatti, nel settore delle rinnovabili in Sicilia ci sono impianti operativi per circa 2,8 GW e 10,7 autorizzati.
Il testo non ha certamente avuto vita semplice, tra tortuose trattazioni e interlocuzioni e il passaggio del testimone tra l’ex assessore Roberto Di Mauro, proponente in giunta nel novembre 2024, e l’attuale Francesco Colianni. La norma apre ad uno scenario più ampio rivedendo il sistema delle concessioni e introducendo la formula del partenariato tra pubblico e privato per dotare la Sicilia di una migliore gestione del tanto chiacchierato sistema delle dighe, che oggi più che mai richiede certamente un notevole cambio di passo, tra funzionalità operativa e modernità.
Le lunghe audizioni e discussioni in Commissione ne sono state la prova, con l’articolato di base che ha subito parecchie modifiche. La discussione si è estesa dal nodo cruciale degli investimenti agli impatti ambientali, dalle infrastrutture ai canoni, lasciando così emergere la complessità del tema. Anche stilare il testo da spedire in II Commissione Bilancio non si è rivelata un’operazione semplice per gli uffici di Palazzo dei Normanni, ma alla fine il ddl approvato è stato “svelato”.
Il ddl approvato ai raggi X
Le nuove concessioni avranno una durata di 25 anni, estendibile fino a un massimo di ulteriori 10 anni in base alla complessità e all’entità degli investimenti del progetto gestionale. Tra le novità ci sono le procedure e i criteri di assegnazione delle concessioni, con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Le concessioni non verranno più prorogate automaticamente, ma assegnate tramite procedure concorsuali pubbliche, in conformità con il codice dei contratti pubblici.
La valutazione delle offerte si basa su una scala di cento punti complessivi: almeno 15 per l’incremento della componente fissa del canone; almeno 10 per l’incremento della componente variabile del canone; dieci per le misure di compensazione ambientale e territoriale proposte. Secondo il ddl potranno partecipare gli operatori che dimostrano una comprovata capacità tecnica, aver gestito per almeno cinque anni continuativi impianti da almeno 3.000 kW, e un’adeguata solidità finanziaria, attestata da due istituti di credito.
Per quanto concerne il canone sarà a due componenti, fissa e variabile. La prima verrebbe aggiornata annualmente in base all’indice Istat Ateco 351 se la variazione supera il 5%; la seconda corrisponde al 5% dei ricavi normalizzati dell’anno precedente, calcolati incrociando l’energia oraria immessa in rete con il prezzo del mercato del giorno prima per la zona Sicilia. I concessionari con titoli già scaduti che continuano a gestire gli impianti nelle more della nuova assegnazione, invece, dovranno pagare un canone aggiuntivo pari al doppio della misura minima del canone statale.
Il ddl prevede, inoltre, l’obbligo per i concessionari di cedere annualmente e gratuitamente alla Regione 220 kWh di energia elettrica per ogni kW di potenza nominale media concessa. Tale cessione dovrà avvenire tramite integrale monetizzazione, traducendosi in un introito finanziario diretto per la Regione. Tra le novità anche la redistribuzione delle risorse economiche generate dal settore idroelettrico. La Regione, infatti, dovrò trasferisce il 70% di quanto incassato dai canoni e dalla monetizzazione dell’energia ai Liberi Consorzi Comunali e alle Città Metropolitane in cui si trovano gli impianti. I Comuni interessati potranno così impiegare queste risorse per fornire contributi economici ai nuclei familiari svantaggiati per contrastare la povertà energetica, tradotto in aiuto nel pagamento delle bollette, o per realizzare interventi di efficientamento energetico sugli edifici pubblici comunali.
La fetta di guadagni che resta alla Regione avrà due destinazioni. Il 65% sarà destinato alla tutela dell’ambiente, alla pulizia dei fiumi, alla tutela dell’acqua e al rispetto del paesaggio. Il 35% sarà riservato allo sviluppo dell’energia pulita e dunque a maggiori fonti rinnovabili e all’efficientamento energetico.
Attenzione dovrà essere dedicata al momento dei bandi al ripristino ambientale del bacino idrografico, alla tutela della biodiversità, al risparmio energetico e al riassetto viario della zona, mentre i nuovi contratti di concessioni dovranno obbligatoriamente contenere clausole stringenti per garantire la continuità occupazionale del personale già impiegato dal concessionario uscente, oltre all’applicazione dei contratti collettivi nazionali di settore.
Il ddl non tralascia neanche quella che potremmo definire la “fase transitoria” che condurrebbe fino alla totale applicazione della norma. I concessionari di grandi derivazioni d’acqua a uso idroelettrico già scadute alla data di entrata in vigore della legge o in scadenza in data anteriore al 31 dicembre 2026 potranno proseguire, per conto della Regione, l’esercizio delle derivazioni, delle opere e degli impianti oltre la scadenza della concessione e per il tempo necessario al completamento delle procedure di assegnazione della concessione stessa.
La formula del partenariato tra pubblico e privato è il futuro?
Un focus è concentrato sugli impianti di pompaggio, per i quali è prevista l’estensione delle procedure di assegnazione. Ma di cosa si tratta? Queste strutture sono delle vere e proprie “batterie naturali”, una tecnologia di accumulo energetico strategica che utilizza due bacini a quote diverse: pompa acqua verso l’alto durante i surplus energetici e la rilascia attraverso turbine per generare elettricità in momenti di alto carico. Tali impianti, dunque, non si limitano a produrre energia, ma immagazzinano elettricità e stabilizzano la rete elettrica. In una terra come la Sicilia, con le sue note criticità nella gestione dell’acqua, gli impianti di pompaggio rappresentano un modo più efficace per conservare energia su larga scala, con grande potenziale soprattutto nelle zone montuose e con dighe esistenti.
L’idroelettrico non servirà così solo a produrre energia all’interno delle dighe, ma anche a sperimentare un modello virtuoso tra pubblico e privato per miglioramento gli impianti. Un esempio è incarnato dalla diga Villarosa. Nei mesi scorsi la Regione ha chiuso una partnership con Edison, una convenzioni di 30 anni, per realizzare, a proprie spese, tutte le opere necessarie per adeguare l’invaso alla normativa, aumentandone anche la quota di invasamento. Nel bacino verrà realizzato un sistema di pompaggio puro. Secondo l’accordo la società si occuperà della manutenzione ordinaria e straordinaria dell’invaso, permettendo risparmi alla Regione stimati in circa 31 milioni di euro. Inoltre, Edison effettuerà opere compensative in accordo con i Comuni nel quale ricade il bacino, cioè Villarosa, Calascibetta ed Enna, e verserà alla Regione un canone annuo per l’utilizzo dell’acqua pubblica. Un ulteriore sovracanone per i bacini imbriferi montani (Bim), stimato in quasi 49 milioni di euro nel corso dei 30 anni, andrà ai comuni del comprensorio.
L’invaso di Villarosa sul torrente Morello era destinato ad alimentare gli impianti per la lavorazione dei sali potassici della miniera di Pasquasia. Cessata la produzione industriale nel 1992, la derivazione per la miniera è stata disattivata e le acque invasate sono da allora inutilizzate, anche perché attualmente non idonee all’uso irriguo. Inoltre, dopo la sospensione dell’erogazione a favore del sito minerario, il serbatoio artificiale è stato sottoposto a una significativa limitazione in base a una prescrizione della Direzione generale per le dighe e le infrastrutture idriche dal Ministero. Costruito per contenere 6 milioni di metri cubi, attualmente ha una portata massima di 3 milioni ma dopo i lavori si arriverà a 12 milioni di cui 9 rimarranno per utilizzo pubblico: la convenzione prevede, infatti, che si potrà riattivare l’uso per l’irrigazione.