Sicilia Rurale

La lunga battaglia contro la brucellosi in Sicilia: tra prevenzione, sostegno economico e ritorno alla normalità

La tutela del patrimonio zootecnico e la sicurezza alimentare tornano ancora una volta ad attirare l’attenzione. Al centro del dibattito c’è la brucellosi, un’infezione che da tempo rappresenta una sfida complessa per le aziende agricole dell’Isola, richiedendo un impegno costante tra sorveglianza sanitaria e sostegno economico.

Mentre i dati più recenti delineano un quadro epidemiologico in evoluzione, con territori che hanno già raggiunto traguardi di eccellenza e altri ancora in fase di risanamento, le misure di sostegno finanziario tentano di dare ossigeno a un comparto fondamentale per l’economia e l’identità del territorio siciliano.

Il comparto zootecnico siciliano, infatti, si trova oggi a un bivio decisivo. Da una parte, la persistente sfida sanitaria della brucellosi, una malattia che da decenni condiziona l’economia rurale dell’Isola. E dall’altra, una risposta politica decisa che punta non solo all’eradicazione, ma al sostegno economico diretto degli allevatori colpiti.

Un nemico ‘quasi’ invisibile

La brucellosi è un’infezione batterica causata da microorganismi del genere ‘brucella’. Colpisce prevalentemente i bovini, i bufalini e gli ovi-caprini, inserendosi in modo subdolo nelle dinamiche degli allevamenti. Le conseguenze sono devastanti per la produttività. Il batterio provoca aborti, sterilità e un drastico calo della produzione di latte, portando spesso alla necessità di abbattere interi capi di bestiame per evitare la propagazione del contagio.

In Sicilia, la malattia ha trovato storicamente terreno fertile a causa di pratiche di pascolo estensivo e, in passato, di controlli meno stringenti. Tuttavia, oggi la situazione è inserita in un Piano Nazionale di Eradicazione che impone rigidi protocolli di sorveglianza per trasformare l’Isola in una zona “ufficialmente indenne”.

La svolta politica

Ignazio Abbate

La lotta alla brucellosi passa anche dal sostegno economico agli allevatori. Con una sua norma già approvata, il deputato democristiano Ignazio Abbate, presidente della Commissione Affari Istituzionali, si è fatto promotore di due specifici interventi normativi per accompagnare le aziende zootecniche siciliane in un percorso difficile, ma necessario, ovvero quello di eliminare i focolai della malattia e ripartire con allevamenti sani e produttivi. Un piano che mette insieme indennizzi, incentivi alla macellazione volontaria e aiuti concreti per ricostruire le stalle. Analizziamoli nel dettaglio.

La norma punta a sostenere concretamente gli allevatori siciliani colpiti.

Il provvedimento ha stanziato innanzitutto un fondo da 1 milione di euro per il 2025 destinato alle imprese che decidono di abbattere volontariamente tutti i capi presenti in un allevamento dove sia stato accertato un focolaio di brucellosi. Si tratta di un incentivo aggiuntivo rispetto agli indennizzi statali già previsti, con l’obiettivo di accelerare l’eradicazione della malattia.

La misura non si limita però alla fase di emergenza. Dopo almeno sei mesi dalla macellazione totale, le aziende potranno ricevere un ulteriore contributo per acquistare nuovi animali riproduttori, purché giovani e indenni (non oltre i tre anni) e iscritti ai registri genealogici, cioè certificati dal punto di vista genetico e sanitario.

A questo si aggiunge un secondo stanziamento più consistente, pari a 2 milioni di euro, sempre per il 2025, destinato al ripopolamento delle stalle. In questo caso il contributo coprirà fino all’80% della spesa sostenuta dagli allevatori, con un tetto massimo di 40 mila euro per azienda, per acquistare capi sia da carne che da latte.

Infine, la misura approvata richiama anche un intervento già previsto per il 2024, un ulteriore milione di euro per aiutare le aziende colpite da brucellosi e tubercolosi ad acquistare bovini riproduttori, con un contributo pari al 50% del valore degli animali, calcolato secondo i parametri Ismea.

In sintesi, l’obiettivo della legge è duplice. Da un lato eliminare definitivamente la brucellosi dagli allevamenti siciliani, dall’altro aiutare le aziende a ripartire rapidamente, riducendo l’impatto economico degli abbattimenti e favorendo il rinnovo del patrimonio zootecnico.

Lo scenario siciliano tra luci e ombre

Analizzare oggi la presenza della brucellosi in Sicilia significa osservare una realtà in profonda trasformazione, dove la mappa del contagio si sta restringendo progressivamente. Sebbene il trend generale mostri un deciso miglioramento, la conformazione del territorio e le diverse tradizioni di allevamento fanno sì che il percorso verso l’indennità totale proceda con ritmi differenti tra le varie province. I dati più recenti offrono una fotografia chiara di questo cammino, distinguendo tra zone che hanno ormai vinto la sfida e aree dove la vigilanza resta, per necessità, ancora molto alta.

In questo panorama, la provincia di Trapani si distingue come un vero e proprio modello di riferimento. Grazie a una gestione attenta e a una collaborazione costante tra allevatori e servizi veterinari, il trapanese è riuscito a mantenere lo status di territorio completamente indenne. Qui la malattia è stata azzerata, permettendo alle aziende locali di operare in totale sicurezza e senza il peso dei focolai.

Un successo che non è isolato, anche nelle province di Caltanissetta e Agrigento i risultati sono positivi, con un territorio che si presenta ormai libero dall’infezione e pronto a consolidare questo primato sanitario.

Nel resto dell’Isola, la situazione appare più variegata. Palermo che si trova ad essere tra le province più stabili tra quelle non ancora indenni, ha registrato 6 focolai e una percentuale indenne quasi totale del 99,82%. Si attesta, quindi, su livelli di eccellenza, confermando un sistema di prevenzione solido che lascia spazio solo a pochissime e isolate criticità.

Un quadro di sostanziale stabilità si respira anche nel sud-est, tra Ragusa e Siracusa. La prima, provincia a fortissima vocazione zootecnica ha registrato 12 focolai, mantenendo un’altra percentuale di stalle indenni. La seconda, Siracusa, ne ha registrati 8. In queste aree, quindi, nonostante la fortissima densità di allevamenti, la stragrande maggioranza delle stalle è sana e i casi residui vengono gestiti con tempestività per evitarne la diffusione, mantenendo rispettivamente il 99,43% e il 99,03% di stalle indenni.

Qualche sfida in più si registra nelle zone interne e nel messinese, che presenta le maggiori difficoltà, con più di una ventina di focolai registrati nel 2025, nonostante ciò il tasso di indennità resta alto. Nelle province di Catania ed Enna, con 9 focolai, il monitoraggio resta costante per proteggere il patrimonio zootecnico da piccoli focolai che ancora resistono, con il 98,68% e il 98,76% di indennità.

L’obiettivo comune, sostenuto dai nuovi fondi regionali, resta quello di uniformare l’Isola a questi standard d’eccellenza, trasformando ogni provincia siciliana in una terra finalmente libera dalla brucellosi.

Verso un orizzonte “Brucellosi-Free”

La sfida della Sicilia alla brucellosi non è soltanto una questione di protocolli veterinari o di fredde percentuali statistiche, è una battaglia per la dignità di migliaia di allevatori che rappresentano la spina dorsale delle nostre aree interne.

Il successo della provincia di Trapani e delle altre zone indenni dimostra che l’eradicazione non è un miraggio, ma un obiettivo raggiungibile con il rigore e la cooperazione. Oggi, con l’innesto dei nuovi fondi regionali voluti dall’Ars, l‘Isola ha l’occasione storica di trasformare le proprie fragilità in punti di forza. Se la politica e la scienza continueranno a camminare insieme, il “modello Trapani” smetterà di essere un’eccezione per diventare lo standard di una terra che vuole tornare a produrre eccellenza in totale sicurezza, garantendo un futuro prospero e sano alle prossime generazioni di allevatori siciliani.

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