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Il nome Sicilia sui vini a Doc Pantelleria? La proposta divide i produttori e preoccupa i panteschi

Vigneti a Pantelleria

(di Angela Sciortino) Scontro aperto sul disciplinare che regola la produzione della Doc Pantelleria. Domani, 15 giugno, potrebbe consumarsi un atto che in tanti considerano un vero e proprio tradimento nei confronti dell’isola del vento. L’assemblea dei soci del Consorzio di Tutela della Doc Pantelleria è, infatti, chiamata a pronunciarsi su alcune modifiche del disciplinare di produzione. Una tra tutte, quella più contestata e che non va giù ai tanti piccoli produttori dell’isola ma anche a tutte le forze politiche, al sindaco e al consiglio comunale, consentirebbe agli imbottigliatori di inserire in etichetta, se vogliono, la menzione “Sicilia”.

Benedetto Renda Presidente Consorzio Doc Pantelleria

Benedetto Renda, presidente del Consorzio Doc Pantelleria

«Scrivere o meno l’indicazione Sicilia in etichetta è lasciata alla volontà dei singoli, ma il cda del Consorzio è convinto che i vini di Pantelleria potrebbero trarne molti benefici», spiega Benedetto Renda, amministratore delegato delle cantine Pellegrino e presidente del Consorzio di Tutela dei vini a Doc Pantelleria. «Il brand Sicilia – continua – è più conosciuto di quello di Pantelleria e può aiutare i consumatori a comprendere meglio l’origine dei vini panteschi. Con questa modifica, inoltre, ci sarebbe la possibilità di usufruire dei vantaggi del massiccio piano di promozione del Consorzio Doc Sicilia nonché di incrementare il livello di tutela della denominazione “Pantelleria” avvalendosi dei servizi di vigilanza del Consorzio Doc Sicilia il quale, avendo ottenuto il riconoscimento “erga omnes”, è investito di ampi poteri di controllo». «Infine – conclude Renda – un’altra novità consisterebbe nella possibilità di usare la menzione Zibibbo nella tipologia Pantelleria Bianco Doc (il bianco secco, ndr)».

Nella piccola isola del Mediterraneo, però, è scoppiata la rivolta. Per molti, infatti, non si discute solo di dettagli della produzione o di quello che si scrive in etichetta, ma c’è in ballo la stessa identità dell’isola; identità che, per scopi puramente commerciali e di marketing, rischierebbe di essere svenduta per far posto al più noto, e per qualcuno più spendibile, brand Sicilia.

Vincenzo Campo, sindaco di Pantelleria

Il Consiglio comunale durante una seduta pubblica, lo scorso 10 giugno, ha approvato una risoluzione in proposito nella quale si esorta il Cda, e quindi il presidente Renda, a “fermare le macchine” per approfondire la questione anche con gli altri attori che non fanno parte del Consorzio e che, benché dal limitato “peso” economico, sono comunque molto numerosi. 

Nell’isola sono tutti consapevoli che basterebbe il voto favorevole di due o tre aziende al termine dell’assemblea dei soci del Consorzio Doc Pantelleria, per far passare le proposte del Cda. Anzi, sarebbe sufficiente semplicemente il voto di Donnafugata e Pellegrino a dare il via libera al nuovo disciplinare. Operazione ancora più facile se si considera che anche un’azienda come quella dei De Bartoli, inizialmente contraria alla proposta, adesso ha cambiato idea e si è allineata ai big. A dare l’idea della rappresentanza del Consorzio è lo stesso Renda: «Sono 9 su 18 gli imbottigliatori di vino a Doc Pantelleria iscritti al consorzio, nove operatori che però costituiscono il 90% della produzione».

L’alberello pantesco, pratica agricola protetta dall’Unesco

In tanti sostengono, a cominciare ovviamente dai panteschi, che la denominazione Pantelleria potrebbe essere facilmente un marchio di successo per il vino dell’isola vulcanica. E per tante ragioni: «Qui – ricorda Salvatore Gabriele, per anni sindaco di Pantelleria e oggi presidente del Parco nazionale istituito sull’isola – insistono due patrimoni sotto la tutela dell’Unesco che sono direttamente collegati alla produzione del vino: la pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello e i muretti a secco che proteggono le colture agricole dallo sferzare del vento». Da non dimenticare poi l’esistenza nell’isola dell’unico Parco nazionale della Sicilia, che dopo anni di tira e molla è stato costituito nel 2016 anche come risposta politica all’incendio che devastò le campagne pantesche. 

Salvatore Gabriele, presidente del Parco nazionale dell’isola di Pantelleria

Insomma, per la maggior parte degli isolani, Pantelleria è un luxury brand che non ha senso diluire in un marchio territoriale più ampio, in cui si rischia di perdere la distintività e la peculiriatà di un territorio da tutti considerato speciale. «È come se Marchionne, volendo vendere un maggior numero di Ferrari, avesse deciso di associare il marchio Fiat a quello del cavallino», è stato detto durante la seduta straordinaria del consiglio comunale a porte aperte che si è svolta nel cortile interno del Castello di Pantelleria.

«Ci saremmo aspettati piuttosto un’altra modifica – afferma il sindaco di Pantelleria Vincenzo Campo e cioè l’eliminazione della deroga per l’imbottigliamento fuori dall’isola, o ancora l’istituzione di una Docg. Queste sì, avrebbero avuto il consenso di tutti…».

In ballo ci sono tuttavia altre questioni annose. Vicende che non vengono taciute da chi è critico nei confronti dell’iniziativa portata avanti dal Consorzio. Anzitutto il fatto che da dodici anni non si firmi né si cerchi un accordo interprofessionale per l’uva da vino. E ancora: la colpevole inattività del Consorzio sul piano promozionale e sugli interventi in difesa del prodotto. «Dove era il Consorzio di Tutela – domanda Campo – quando all’interno della Doc Sicilia venne consentito per il vino bianco secco l’uso della menzione Zibibbo, che è un termine proprio di Pantelleria?».

E mentre il giovane Parco nazionale di Pantelleria lavora sotto lo slogan “Coltiviamo la bellezza”, ci si interroga sul futuro della coltura della vite nell’isola che è sempre e prevalentemente sulle spalle di piccoli ed “eroici” viticoltori (così li definisce la legge), con un’età media di oltre 60 anni, che nel 2018 hanno prodotto appena 18 mila quintali rispetto ai 400 mila che si producevano fino a qualche decennio fa. In assenza della giusta remunerazione dell’uva – che si traduca in un reddito capace di indurre i giovani a tornare alla terra – anche questo prodotto di lusso e di nicchia rischia ora di scomparire.

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