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Dalla siccità record al pieno degli invasi in Sicilia: Agrigento la città che ora ha “troppa” acqua, ma la perde tutta
di Annalisa Ciprì

Quattro anni di siccità feroce, dal 2023 al 2025, invasi semi-vuoti, razionamenti a singhiozzo e la paura concreta che Palermo, la quinta città d’Italia, restasse senza acqua. Poi, all’improvviso, Giove Pluvio ha ribaltato tutto. Oggi gli invasi sono pieni, ma il problema non è più la quantità, è la rete che perde anche il 100% dell’acqua.

E al centro di questa nuova fase c’è Agrigento, la provincia che storicamente soffriva la sete cronica e che oggi, paradossalmente, ha sulla carta il 50% di acqua pro capite in più di quella necessaria.

Lo racconta in una intervista a Bar Sicilia  e senza giri di parole Salvatore Cocinacapo del Dipartimento della Protezione Civile della Regione Siciliana, cuore pulsante del sistema di emergenza isolano. “Abbiamo sopportato tre-quattro anni di stagione siccitosa in cui l’acqua non cadeva dal cielo. Gli invasi erano semivuoti. Il Presidente Schifani ha creato una cabina di regia regionale che ho coordinato io tecnicamente, con tutti gli enti. Abbiamo individuato almeno 500 interventi, ovvero pozzi nuovi, ripristino di pozzi vecchi, traverse di sbarramento sui fiumi, ripristino di dissalatori e riparazione delle perdite maggiori“.

La scelta strategica è stata chiara e impopolare ma efficace, non riparare subito le perditePerché? “Riparare una perdita in una tubazione capillare, a Palermo come ad Agrigento, ha bisogno di anni e di investimenti enormi. Con la metà, anzi con un terzo di quella somma, mi costruisco un pozzo e do acqua immediatamente ai cittadini. Nel momento dell’emergenza non si poteva aspettare“.

Oltre 200 interventi solo sui pozzi, molti abbandonati da anni per incuria, aumento del 50% del patrimonio idrico disponibile, razionamento equo tra i Comuni e spostamento dell’acqua da un territorio all’altro. Palermo ha rischiato il collasso ma ha patito “solo” un giorno di razionamento a settimana nei quartieri periferici.

La Sicilia occidentale e centrale, Agrigento, Enna, Caltanissetta, erano le aree più colpite, servivano 10.000 litri al secondo, ne arrivavano 7.000.

Agrigento: dal “mai acqua” al “tanta acqua che si perde”

Cocina entra nel dettaglio sulla provincia agrigentina, che per decenni è stata simbolo della sete siciliana. “Agrigento che storicamente non ha acqua, oggi ha una situazione idrica di acqua per abitante teorica del 50% superiore a quella necessaria. Però l’acqua si perde, manca lo stesso. Abbiamo sistemi di distribuzione che hanno perdite di oltre 50%, alcuni addirittura del 100%“.

La fotografia perfetta di una nuova fase. L’emergenza quantitativa è superata grazie alla pioggia degli ultimi mesi e al rigido risparmio imposto dalla cabina di regia. Ma ora, e Cocina lo sottolinea con forza, è arrivato il momento della fase 3, ovvero la cura delle perdite, il risparmio idrico reale e la riorganizzazione del sistema.

La Regione sta provvedendo in questo momento al rifacimento della rete idrica di Agrigento. Finita la fase emergenziale (fase 1), ora bisogna passare alla fase del recupero delle perdite. Non ha senso avere tanta acqua se poi la perdiamo tutta“. I dissalatori, tanto criticati, tornano utili proprio qui, non per sostituire gli invasi, oggi pieni, ma per stabilizzare la fornitura e risparmiare i bacini in vista dei prossimi cicli di siccità che, Cocina è chiaro, arriveranno.

Il clima è molto instabile, molto estremo. Ora sta piovendo, pioverà anche per altri due anni, ma avremo altri tre anni di siccità. I dissalatori sono una garanzia sia che piova sia che non piova“.

Il modello Sicilia: coordinamento regionale e volontariato

Il successo della gestione della siccità, come quello del ciclone Hercules e della frana di Niscemi, è legato a due pilastri, prevenzione e formazione. La cabina di regia ha dimostrato che spostare acqua a 100 km di distanza da una parte all’altra dell’Isola è possibile solo con una visione regionale, non con enti locali frammentati. “C’è un problema di organizzazione del sistema idrico in Sicilia, troppe competenze, troppi enti. La ricetta vincente che il presidente Schifani ha intravisto subito è stata quella di creare un coordinamento regionale“.

E mentre si chiude la fase emergenziale, la Protezione Civile guarda già alla prossima estate, 2.000 volontari antincendio formati, 600 solo nelle ultime settimane, mezzi, coordinamento con Vigili del Fuoco e Forestale. Ma l’acqua resta la priorità silenziosa.

E’ reale parlare di uno stop all’emergenza acqua per i prossimi due anni? “Il problema acqua per il momento si dimentica in quanto a quantità. Ora c’è un altro problema, quello che non abbiamo fatto all’inizio lo dobbiamo fare ora, perché la tempistica è giusta. È arrivato il momento di lavorare sulle perdite“.

Agrigento, da città simbolo della sete siciliana, diventa così il banco di prova della nuova sfida, non più “trovare l’acqua“, ma non sprecarlaUna lezione che vale per tutta la Sicilia.

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