(Spoiler: no. Ma forse lo stiamo facendo noi.)
ChatGPT è entrato nelle nostre vite come entrano le cose comode: senza fare rumore. Prima per “dare una mano”, poi per velocizzare, poi per fare prima. Oggi scrive mail, riassume testi, prepara presentazioni, organizza idee. È diventato il collega che non si stanca mai, lo studente modello che non procrastina e l’assistente che risponde sempre con calma. Forse troppo.
Negli ultimi mesi, però, qualcuno ha iniziato a chiedersi se tutta questa comodità non abbia un prezzo cognitivo. A sollevare il dubbio è stato uno studio del MIT Media Lab, che ha analizzato cosa succede al cervello quando deleghiamo all’AI compiti come la scrittura o la sintesi di contenuti complessi. Il titolo che ha fatto il giro dei social era più o meno questo: ChatGPT ci rende stupidi. Ma come spesso accade, la realtà è un po’ più sfumata.
Cosa dice davvero lo studio (senza panico)
I ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale di persone impegnate a scrivere testi in tre modalità diverse: con ChatGPT, con un motore di ricerca tradizionale o senza alcun supporto digitale. Risultato? Chi scriveva “a mano”, senza aiuti, mostrava una maggiore attivazione delle aree cerebrali legate a creatività, attenzione e linguaggio.
Tradotto: quando l’AI fa il lavoro pesante, il cervello lavora meno. Ma attenzione — lavorare meno non significa spegnersi. Significa semplicemente che stiamo svolgendo un compito diverso. Revisionare, selezionare, valutare un testo generato non è lo stesso processo mentale che partire da una pagina bianca. E infatti, quando i partecipanti sono tornati a scrivere senza AI, il cervello si è riattivato normalmente. Nessun danno permanente. Nessun “brain rot”.
Lo dice chiaramente anche la responsabile della ricerca: ChatGPT non ci rende stupidi. Al massimo ci rende pigri, se lo usiamo male.
Il vero rischio non è l’AI, ma l’automatismo
Il punto interessante non è neuroscientifico, è culturale. Il rischio non è che ChatGPT “ci rubi l’intelligenza”, ma che ci abitui a non usarla per primi. Saltare direttamente alla risposta, evitare lo sforzo iniziale, rinunciare al tempo dell’errore e della confusione — che poi è il tempo in cui nascono le idee migliori.
Nel marketing, nello studio, nel lavoro creativo, il problema non è usare l’AI. Il problema è usarla come scorciatoia fissa, non come amplificatore. Quando l’input umano si assottiglia, anche l’output diventa più piatto. Non perché l’AI sia scarsa, ma perché manca il pensiero a monte.
E poi c’è la questione emotiva (quella più sottile)
Un altro filone di ricerca, condotto da OpenAI insieme al MIT Media Lab, ha analizzato milioni di interazioni per capire se l’uso intensivo di ChatGPT possa influenzare il benessere emotivo. Qui il discorso si fa più delicato.
La maggior parte delle persone usa ChatGPT come uno strumento, punto. Ma una minoranza tende a trattarlo come un interlocutore “amichevole”, confidandosi, cercando conforto, riempiendo spazi di solitudine. In questi casi, un uso prolungato è stato associato a maggiore isolamento emotivo. Non perché l’AI faccia male di per sé, ma perché sostituisce — invece di affiancare — altre forme di relazione.
È un po’ lo stesso meccanismo che conosciamo già con i social: all’inizio connettono, poi, se diventano l’unico canale, chiudono.
La morale (senza moralismi)
ChatGPT non è un problema. È uno strumento potentissimo, probabilmente uno dei più rilevanti degli ultimi anni. Ma come tutte le tecnologie che funzionano davvero bene, ci chiede una competenza nuova: sapere quando usarla e quando no.
Forse la regola è semplice:
- prima pensa
- poi scrivi
- solo dopo chiedi all’AI di aiutarti
Usare ChatGPT per migliorare un’idea è diverso dal usarlo per averne una. Nel primo caso stai allenando il cervello. Nel secondo lo stai mettendo in modalità standby.
Non ci sta addormentando l’intelligenza artificiale.
Stiamo solo imparando — un po’ in ritardo — che anche il pensiero, come un muscolo, ha bisogno di essere usato prima di essere assistito.