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Brucellosi e tubercolosi bovina. La provincia di Messina la peggiore d’Italia

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(di Luigi Noto) La provincia di Messina bollata come “la più malata d’Italia”. Lo scrive la Commissione Europea a proposito della brucellosi e tubercolosi bovina in Sicilia rispondendo ad una interrogazione dell’europarlamentare siciliano del Movimento 5 Stelle Ignazio Corrao. Nell’interrogazione sono state chieste delucidazioni circa la non ammissibilità del programma di eradicazione in Sicilia dichiarata dalla Commissione nel 2011 per la mancata esecuzione di una campagna di vaccinazione. Secondo quanto affermato dalla Commissione Ue, infatti, alla Sicilia sarebbero stati assegnati fondi da destinare appunto all’eradicazione di queste zoonosi, ma gli effetti purtroppo sono sotto gli occhi tutti. La Sicilia, secondo i dati dell’Unione, rimane la regione italiana più colpita con quasi il 3 per cento di aziende infette da brucellosi bovina e ovicaprina (dati 2017) e con ben il 75 per cento delle aziende della provincia di Messina che risulta “non indenne”.

Ecco perché serve in Sicilia un immediato programma di vaccinazione contro la brucellosi bovina e ovicaprina. Lo ho scritto giorni fa all’Assessore regionale alla Salute l’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Ignazio Corrao che ricorda: «La brucellosi bovina ed ovicaprina nell’Isola rappresenta un fenomeno gravissimo che silenziosamente ha provocato un danno di oltre 2 miliardi di euro per le aziende e poca trasparenza nei confronti dei consumatori, come evidenziato dall’Unione Allevatori Sicilia».

Nel frattempo, mentre gli allevatori a fronte dell’abbattimento (a proprie spese) di un capo infetto ricevono (se e quando riescono ad incassare) appena 300 euro, c’è anche chi ricava immensi profitti. «Come le aziende che commercializzano e trasformano la carne proveniente da animali infetti – denuncia Corrao – perchè la comprano a prezzi bassissimi, non hanno l’obbligo di segnalarne la provenienza e la immettono liberamente in commercio». L’allevatore, infatti, costretto ad abbattere entro 15 giorni l’animale, nel caso sia affetto da brucellosi (malattia che non si trasmette con la carne), prima di portarlo al macello, deve trovare un acquirente che, vista la situazione, si manifesta sì disposto all’acquisto, ma a un prezzo molto basso.

Il piano di eradicazione della malattia attualmente in vigore basato sugli abbattimenti selettivi (cioè degli animali che risultato infetti a seguito dei prelievi operati dal servizio veterinario regionale), pare sia assolutamente inadeguato. «Ancora più grave è la situazione degli allevamenti in cui i capi sono allo stato brado», osserva Corrao. Basta che un solo capo risulti infetto che l’intera azienda perda la qualifica sanitaria di indenne. E, inoltre, nel caso di movimentazione non autorizzata fuori dal confine della provincia di Messina – così come può avvenire in condizioni di maltempo o di carenza di pascolo – la stessa azienda subisce il sequestro dell’intera mandria rischiando anche l’abbattimento di tutto il bestiame a proprie spese il che si traduce nel fallimento economico.

Riferisce all’assessore Ruggero Razza l’eurodeputato: «Da tempo l’Unione Allevatori Sicilia chiede di vaccinare le “rimonte”, cioè i soggetti giovani che non abbiano superato i dodici mesi nelle province ad alta prevalenza di brucellosi (Messina ed Enna, ndr) con il vaccino RB-51, ma le autorità siciliane non hanno mai avviato questa procedura, scaricando la responsabilità su una fantomatica “mancanza di autorizzazione” da parte dell’Ue. Tale inerzia, tuttavia, appare ingiustificata e non più tollerabile alla luce della dichiarazione ufficiale della Commissione Ue secondo cui “spetta alle autorità nazionali e regionali competenti decidere se autorizzare la vaccinazione in Sicilia”. Dunque occorre immediatamente che la Regione si faccia carico di concretizzare questa misura assolutamente necessaria. Quanto al Ministero della Salute, nel 2009 aveva trasmesso una nota favorevole all’uso dei vaccini nei territori con elevata incidenza di infezione».