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Barilla dice no al grano canadese per paura di perdere il mercato italiano

Barilla

(di Angela Sciortino) Che il glifosate faccia male alla salute o no, poco importa. L’Ue, tra l’altro, non ha ancora nemmeno deciso se proibirlo visto che tiene molto bene in conto gli autorevoli pareri di Efsa ed Echa (l’Agenzia dell’Unione Europea per la sicurezza alimentare, la prima, e per le sostanze chimiche, la seconda) ma anche di Oms e Fao che hanno escluso la cancerogenicità per l’uomo. Unica voce fuori dal coro lo Iarc – l’Istituto per ricerca sul cancro – che in studio ne ha sostenuto la potenziale pericolosità.
Ma siccome in Italia sono in molti a credere che il glifosato possa essere contenuto anche in tracce sul grano duro importato dal Canada, la Barilla ha deciso di ridurre drasticamente le importazioni dal paese nord-americano, tagliandole del 35 per cento. In Canada il glifosato, infatti, viene regolarmente usato in pre-raccolta per essiccare le cariossidi che altrimenti, in quelle situazioni climatiche, non potrebbero arrivare mai a stare dentro i parametri massimi di umidità imposti per la commercializzazione.
Potè, dunque, più la paura di perdere larghe fette di mercato, che la prudenza in materia di sicurezza alimentare. Cosa di cui alla Barilla non si sono preoccupati di fare mistero. Anzi, la scelta di aggiornare i parametri qualitativi per il grano duro usato per fare la pasta e la richiesta ai produttori di grano duro di tutti i Paesi di non usare il glifosato prima del raccolto, è stata comunicata da Emilio Ferrari, direttore degli acquisti di Barilla, a Toronto al Canadian Global Crops Symposium. In quella sede Ferrari ha pure sottolineato che «al momento Barilla non ha firmato nessun contratto per l’importazione del grano dal Canada», proprio il paese che fino allo scorso anno era il principale fornitore straniero dell’Italia.
Le importazioni di grano duro dal Canada erano crollate già nel 2017 del 39,5%. A pesare, sostiene Coldiretti, l’entrata in vigore in Italia del decreto con l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano impiegato. «Ora da Barilla fanno sapere – riferisce ancora Coldiretti – di aver investito 240 milioni di euro in progetti che coinvolgono 5 mila imprese agricole italiane che coltivano una superficie di circa 65 mila ettari» con un incremento del 40% dei volumi di grano duro italiano utilizzato dalla maggiore principale industria pastaia del mondo nei prossimi tre anni. Buona notizia secondo Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti. «La scelta di Barilla – osserva Moncalvo – dimostra la capacità di un’azienda di rispondere alla preoccupazioni dei consumatori italiani che chiedono pasta fatta con il grano nazionale ma anche di sostenere l’economia e l’occupazione sul territorio contro la delocalizzazione».
Canta vittoria anche l’associazione Grano Salus che da tempo denuncia la presenza di tracce di glifosato in alcuni noti marchi di pasta italiana. La provenienza della materia prima non è una questione secondaria per i consumatori, ma neanche per l’industria alimentare italiana. Dopo avere in mille modi scoraggiato la produzione di grano duro in Italia grazie a politiche comunitarie miopi, alla guerra dei prezzi e alle pretese sempre maggiori di contenuto in proteine e glutine che fossero in linea con apparati industriali sempre più veloci, i pastifici italiani devono acquistare dall’estero tra il 30 e il 40% del grano duro per soddisfare le esigenze del mercato interno e per poter esportare all’estero.
Da quando è entrato in vigore il decreto che prevede l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano usato per i derivati (tra cui la pasta) la ricerca dei pastifici verso il prodotto nazionale dovrebbe essersi fatta anche più affannosa. E pure il prezzo dovrebbe risalire rimettendo in pista i produttori italiani di grano duro. Dovrebbe, appunto. Ma a sentire gli agricoltori non è così: le previsioni affidate a un post di Facebook da Cosimo Gioia, noto cerealicoltore di Valledolmo, non sono rosee: «un commerciante di grano mi ha detto che il prezzo del grano acquistato a 24 centesimi l’estate scorsa è sceso agli attuali 17 e ha deciso di non vendere come stanno facendo tanti altri, perché altrimenti ci perderebbe. Questo significa che la prossima estate avremo un enorme quantitativo di grano col risultato di un ulteriore abbassamento dei prezzi con conseguenze catastrofiche per gli agricoltori». Tutto questo, secondo Gioia, è dovuto all’arrivo di grano estero di bassa qualità a prezzo bassissimo che deprime e mortifica il mercato.
E a niente pare possano servire controlli e sequestri di materie prime non in regola. Pure lo stop allo sdoganamento di quel carico di 5 mila tonnellate di grano kazako (valore superiore a 1,2 milioni di euro) arrivato su una nave russa e bloccato a Pozzallo lo scorso 15 marzo perché definito “non compatibile con il genere umano” dal Servizio Fitosanitario Regionale insieme a Sanità Marittima e Corpo Forestale, assume il sapore di una beffa. In tanti si sono preoccupati quando hanno letto che, grazie a un provvedimento del Tar di Catania, sarebbe stato rimesso in circolazione. In realtà, si legge in una nota dell’assessore all’agricoltura Edy Bandiera, il Tar non ha revocato alcun provvedimento della Sanità Marittima e del Servizio Fitosanitario regionale e il carico di grano duro si trova a tutt’oggi nelle stive della nave ed è sotto sigillo dell’Autorità che ha emesso il provvedimento.
«Dal provvedimento del Tar non deriva alcuna autorizzazione alla trasformazione e alla commercializzazione del cereale – afferma Bandiera, citando il decreto del Tar – bensì è stata riconosciuta unicamente la possibilità di effettuare, ante causam, un’operazione di cernita del cereale danneggiato a causa della presenza di muffa e umidità, da quello apparentemente sano, che sarà ulteriormente sottoposto ai controlli di legge». Ma se è così, è anche legittimo fare qualche riflessione. Anzitutto chissà come e quanto si saranno potute sviluppate le muffe durante i trenta giorni in cui quel grano è stato chiuso nelle stive della nave (chi non ha mai dimenticato qualcosa in frigo sperimentando come sia veloce la propagazione delle muffe?).
E poi: la selezione e la separazione della frazione ammuffita da quella non contaminata a cosa potrebbe preludere se non al fatto che la frazione “buona” possa essere utilizzata forse anche solo per l’alimentazione del bestiame? E infine: i consumatori avveduti e istruiti gettano nella spazzatura qualsiasi cibo che presenti tracce di muffa perché gli esperti più volte hanno avvertito che è inutile allontanare solo la parte contaminata: le micotossine (le sostanze cancerogene prodotte dai funghi che si sviluppano sugli alimenti, appunto) migrano velocemente e vanno molto al di là della zona infetta che riesce a vedere l’occhio umano. Magari il glifosate no, ma le micotossine sì che sono pericolose per la salute umana.

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