Sorge un’altra preoccupazione in Sicilia, che interessa le coltivazioni agrumicole. Le arance importate dall’Egitto, con un’intensificazione delle preoccupazioni legate alla sicurezza alimentare.
Negli ultimi mesi, e in particolare all’inizio del 2026, sono emerse diverse segnalazioni attraverso il sistema RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed) dell’Unione Europea, che ha intercettato partite di arance egiziane contenenti residui di principi attivi vietati da anni nel territorio comunitario.
Uno dei casi più recenti, notificato dall’Italia a gennaio 2026, ha riguardato la presenza di Chlorpropham in concentrazioni significative (fino a 0,21 mg/kg, ben oltre i limiti precedentemente consentiti prima del divieto totale). Questa sostanza, utilizzata in passato come erbicida e regolatore di crescita, è stata bandita nell’UE dal 2019-2020 per i potenziali effetti sulla salute umana, sull’ambiente e sulla biodiversità. Il ritrovamento ha portato al sequestro ufficiale del carico alle frontiere o nei punti di ingresso, impedendone la commercializzazione.
Ma andiamo nel dettaglio. Il Chlorpropham (noto anche come CIPC, dall’inglese Chlorpropham o Isopropyl N-(3-chlorophenyl)carbamate) è un principio attivo classificato come erbicida e regolatore di crescita delle piante e viene impiegato principalmente per inibire la germogliazione nelle patate conservate in magazzino (come sprout suppressant); controllare le erbe infestanti in colture come cipolle, aglio, spinaci, barbabietole da zucchero, legumi e alcune piante da frutto (es. mirtilli, canne da frutto); prevenire la crescita di germogli in altri ortaggi e prodotti agricoli stoccati.
Il composto agisce interferendo con la divisione cellulare (inibizione della mitosi) e l’assemblaggio dei microtubuli nelle cellule vegetali, bloccando la crescita e la germinazione.
Nell’Unione Europea, appunto, il Chlorpropham non è più autorizzato dal 2019-2020. La Commissione Europea non ha rinnovato l’approvazione dell’attivo a seguito di una valutazione del rischio condotta dall’EFSA (European Food Safety Authority) nel 2017, che ha evidenziato preoccupazioni per la salute dei consumatori e per l’ambiente. Il divieto è entrato pienamente in vigore nel 2020, con l’abbassamento dei limiti massimi di residui (MRL) a 0,01 mg/kg (limite di determinazione analitica) per la quasi totalità degli alimenti, inclusi agrumi, ortaggi e tuberi.
Per le patate (uso principale storico), il vecchio MRL era molto più alto (fino a 10 mg/kg), ma è stato drasticamente ridotto dopo il ban. Fuori dall’UE, in alcuni paesi extra-comunitari (tra cui l’Egitto), il suo impiego rimane consentito per certi usi agricoli o post-raccolta, creando disparità normative che portano a residui rilevati nelle importazioni.
Studi tossicologici hanno identificato effetti principali sul sistema ematico (alterazioni delle cellule del sangue) e sulla tiroide (danni e alterazioni funzionali). Il metabolita principale, 3-cloroanilina (3CA), contribuisce ai rischi. L’EFSA ha rilevato che l’esposizione cronica (soprattutto tramite consumo di patate trattate) superava l’acceptable daily intake (ADI) in alcuni scenari, con eccedenze fino al 180-195% per il principio attivo e il suo metabolita. Per l’esposizione acuta, si arrivava a percentuali molto elevate (fino a 797-2360% dell’ARfD in valutazioni passate). Sono state inoltre segnalate potenziali proprietà disruptive endocrine (interferenza ormonale), con necessità di ulteriori studi. Non è classificato come cancerogeno (gruppo E EPA: non cancerogeno), ma è considerato irritante e può bioaccumularsi in misura moderata.
La tossicità acuta è bassa-moderata (classificata come leggermente tossica, categoria III EPA), ma il problema principale deriva dall’esposizione alimentare cronica e cumulativa, specialmente per bambini e consumatori abituali di prodotti trattati. Il Chlorpropham è moderatamente solubile in acqua, altamente volatile e moderatamente mobile nel suolo. Non è persistente nel terreno (si degrada relativamente velocemente), ma può persistere più a lungo in sistemi acquatici. È moderatamente tossico per uccelli, api e organismi acquatici (pesci, invertebrati), con rischi per la biodiversità in caso di contaminazione diffusa. Il suo uso post-raccolta su patate ha causato contaminazioni crociate (es. su cereali stoccati nelle stesse strutture), portando a residui non autorizzati in prodotti non target. Il principio attivo continua a comparire nelle notifiche RASFF per importazioni extra-UE, in particolare da Egitto su arance, peperoni e altri ortofrutticoli. Un caso emblematico del gennaio 2026 ha riguardato arance egiziane con 0,21 mg/kg di Chlorpropham (21 volte il limite UE di 0,01 mg/kg), con blocco ufficiale alla frontiera italiana. Tali episodi evidenziano il fenomeno dei “doppi standard”: sostanze vietate in UE ma usate altrove, con residui che rientrano nel mercato unico attraverso le importazioni.
In sintesi, il Chlorpropham rappresenta un esempio classico di principio attivo bandito in Europa per insufficienza di dati di sicurezza e superamento dei margini di esposizione accettabili, ma che persiste come rischio nelle catene di approvvigionamento globali.
Il problema non è isolato. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, l’Egitto ha accumulato numerose notifiche RASFF per residui di pesticidi non conformi su ortofrutta, incluse arance, mango e altri prodotti. Nel solo 2025 si contano oltre un centinaio di segnalazioni relative a importazioni egiziane, con un trend che si è confermato anche nel nuovo anno. Tali episodi evidenziano differenze normative tra l’Unione Europea e alcuni paesi extra-UE, dove l’impiego di certe molecole rimane permesso o tollerato, creando un corto circuito che penalizza i produttori europei soggetti a regole più restrittive.
In Sicilia, cuore della produzione agrumicola italiana con le rinomate arance rosse, come le Tarocco, Moro e Sanguinello, protette dal marchio IGP, l’allarme assume contorni particolarmente gravi. Il settore rappresenta un’eccellenza economica e culturale, con migliaia di aziende familiari che investono in pratiche sostenibili, certificazioni di qualità e tracciabilità rigorosa. L’arrivo di prodotti importati a prezzi più bassi, talvolta non conformi agli standard UE, genera una concorrenza sleale che rischia di destabilizzare il mercato interno, deprimere i prezzi riconosciuti ai produttori locali e minare la fiducia dei consumatori.
Parallelamente, persistono casi di frode commerciale, con arance di origine egiziana spacciate per siciliane attraverso etichettature ingannevoli o vendite dirette in punti di ristoro e mercati. Nel 2025 sono stati eseguiti sequestri significativi (anche di tonnellate di prodotto) lungo le autostrade siciliane, con denunce per frode in commercio. Tali pratiche non solo danneggiano l’immagine delle arance siciliane, ma espongono i consumatori a rischi legati alla mancata tracciabilità e alla possibile presenza di residui non controllati.
Di fronte a questo scenario, si alza forte la richiesta di controlli più stringenti e sistematici. Le autorità sanitarie e doganali sono chiamate a intensificare le analisi multiresiduali sui lotti in ingresso nei porti e negli aeroporti italiani; aumentare la frequenza dei campionamenti su prodotti ad alto rischio come gli agrumi extra-UE; rafforzare la vigilanza sulla filiera distributiva interna, inclusi mercati all’ingrosso, supermercati e punti vendita diretti; velocizzare lo scambio di informazioni tra Stati membri tramite RASFF per bloccare tempestivamente le partite non conformi.
Inoltre, si invoca una maggiore armonizzazione delle regole commerciali extra-UE e l’adozione di misure di reciprocità, se un principio attivo è vietato nei campi europei, non dovrebbe essere tollerato sui prodotti importati che finiscono sulle tavole dei cittadini UE. In parallelo, valorizzare le produzioni siciliane certificate (IGP, biologico, filiera corta) diventa essenziale per differenziarle chiaramente da quelle importate e tutelarne il valore aggiunto.
La tutela della salute pubblica e la salvaguardia di un settore strategico per l’economia isolana passano necessariamente da una filiera più trasparente e da controlli efficaci. Solo così si potrà garantire che le arance in tavola siano sicure, tracciabili e rispettose delle norme ambientali e sanitarie europee, difendendo al contempo il lavoro e la qualità delle produzioni siciliane.





