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Accordo Ue-Mercosur: una spada di Damocle sull’agricoltura siciliana?
di Annalisa Ciprì

In un contesto globale sempre più interconnesso, l’Unione Europea ha compiuto un passo storico verso un ambizioso patto commerciale con il Mercosur, il blocco economico sudamericano composto da Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia.

Dopo oltre 25 anni di negoziati tortuosi, l’Unione Europea è quindi vicina alla conclusione, l’accordo ha ricevuto il via libera politico il 9 gennaio 2026 dagli ambasciatori dei Paesi UE, con una maggioranza qualificata che ha visto l’Italia giocare un ruolo decisivo. La firma ufficiale è prevista per il 17 gennaio in Paraguay, alla presenza della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, seguita dalla ratifica del Parlamento Europeo entro la fine del mese.

Un’intesa che punta a creare una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, coinvolgendo beni agricoli, industriali e servizi, attraverso l’eliminazione progressiva dei dazi e l’apertura reciproca dei mercati.

Ma mentre Bruxelles celebra questo “ground-breaking partnership” come un’opportunità per creare un mercato da oltre 700 milioni di consumatori, in Sicilia, cuore agricolo del Mezzogiorno italiano, l’entusiasmo è scarso.

Qui, l’accordo è percepito come una minaccia esistenziale per un settore già in crisi, con proteste che infiammano le piazze e le strade rurali.

Quali sono gli impatti dal punto di vista siciliano, tra opportunità sfumate, rischi concreti e le voci di dissenso degli agricoltori locali? 

Libero scambio o asimmetria commerciale?

L’accordo UE-Mercosur, raggiunto politicamente il 6 dicembre 2024 e formalizzato con proposte della Commissione il 3 settembre 2025, prevede l’eliminazione o la riduzione drastica dei dazi su oltre il 90% delle esportazioni tra i due blocchi. Per l’UE, ciò significa un risparmio stimato di 4 miliardi di euro annui in dazi, con benefici per settori industriali come automotive, macchinari e farmaceutici. In cambio, il Mercosur ottiene accesso preferenziale per prodotti agricoli sensibili, ovvero quote aumentate per carne bovina, pollame, zucchero, riso, miele e agrumi, con dazi azzerati progressivamente in 15 anni.

Dal punto di vista siciliano, questa struttura solleva interrogativi profondi. La Sicilia è una potenza agricola, produce il 70% degli agrumi italiani tra arance, limoni e mandarini, olio extravergine DOP, vini DOCG come il Nero d’Avola e l’Etna Rosso, miele, mandorle e pistacchio di Bronte. Questi prodotti rappresentano non solo un pilastro economico, con un valore annuo di miliardi di euro, ma anche un patrimonio culturale e identitario.

L’accordo potrebbe aprire nicchie di mercato per le eccellenze siciliane nel Mercosur, dove i dazi su vini e olii verrebbero ridotti, favorendo export di alta qualità. Tuttavia, il deficit commerciale agricolo tra Italia e Mercosur è già negativo, importiamo più di quanto esportiamo, e l’intesa rischia di ampliare questo squilibrio.

Il nodo cruciale è l’asimmetria normativa

Gli agricoltori siciliani devono rispettare standard UE rigorosi, ovvero divieti su pesticidi come il glifosato, norme sul benessere animale, tracciabilità e sostenibilità ambientale imposte dal Green Deal. Al contrario, i paesi del Mercosur applicano regole più lasse, con uso di sostanze vietate in Europa e costi di produzione inferiori del 30-40%. Questo genera concorrenza sleale, arance argentine o zucchero brasiliano potrebbero invadere i mercati siciliani a prezzi stracciati, erodendo quote di mercato e riducendo i redditi degli agricoltori locali. Un accordo che consolida un’evidente asimmetria, penalizzando allo stesso tempo un modello produttivo che fa della qualità il suo tratto distintivo.

Inoltre, l’impatto ambientale non è trascurabile. La Sicilia, già vulnerabile ai cambiamenti climatici con siccità e desertificazione, potrebbe subire un indiretto colpo dalla deforestazione in Amazzonia incentivata dall’export sudamericano. L’accordo include impegni sulla sostenibilità, ma critici come Greenpeace lo definiscono “gravido di rischi” per gli standard agroalimentari e persino geopolitici.

Il ruolo dell’Italia: garanzie ottenute, ma sufficienti per la Sicilia?

L’Italia ha inizialmente esitato, unendosi alla Francia nel chiedere reciprocità e tutele. Il voto favorevole del 9 gennaio è arrivato dopo concessioni dalla Commissione: una clausola di salvaguardia rafforzata al 5%, che permette di sospendere dazi se le importazioni causano perturbazioni di mercato, un fondo di 45 miliardi di euro anticipati dalla PAC 2028 per compensare perdite agricole, e impegni sulla reciprocità degli standard.

Il ministro Antonio Tajani ha definito l’intesa “strategica”, tutelando 57 prodotti italiani a Indicazione Geografica Protetta, inclusi molti siciliani come l’olio extravergine e i vini.
Tuttavia, per la Sicilia queste misure appaiono insufficienti. La regione contribuisce al 10% della produzione agricola italiana, ma è tra le più esposte: gli agrumi siciliani, già in crisi per competizione nordafricana, rischiano un ulteriore calo dei prezzi.

Le proteste degli agricoltori Siciliani: dalla strada a Bruxelles

Le preoccupazioni si sono tradotte in azioni concrete. In Sicilia, le proteste contro il Mercosur si inseriscono in un’onda europea che ha visto trattori bloccare Parigi, Milano e Bruxelles. A Vittoria, nel Ragusano, un sit-in con trattori al Mercato Ortofrutticolo ha riunito centinaia di agricoltori il 14 gennaio, gridando “No al Mercosur!” per denunciare la concorrenza sleale. A Palazzolo Acreide, nel Siracusano, trattori hanno sfilato in piazza, con slogan contro l’import di agrumi e zucchero sudamericani.
Queste manifestazioni locali riecheggiano proteste nazionali: a Milano, oltre 100 trattori hanno bloccato il traffico, versando latte in strada per simboleggiare il “tradimento” del governo. Definita “una protesta seria” contro l’accordo, definendolo “una follia” che penalizza gli agricoltori.

A Bruxelles, delegazioni siciliane si sono unite a manifestazioni paneuropee, marciando contro la “concorrenza sleale dal Sud America” e la ripartizione dei fondi UE che sfavorisce il settore. Le motivazioni sono chiare, la paura per la sopravvivenza.

L’accordo Mercosur potrebbe segnare una “nuova era” per l’export industriale italiano, ma per la Sicilia rischia di essere un boomerang.

Se le clausole di salvaguardia funzioneranno, potrebbero mitigare i danni, altrimenti, migliaia di aziende familiari, pilastro dell’economia rurale sicilian, potrebbero chiudere, aggravando disoccupazione e spopolamento. Il Parlamento Europeo avrà l’ultima parola.

In un’isola dove l’agricoltura è vita, il Mercosur non è solo un trattato ma è una questione di sopravvivenza. Le proteste siciliane ricordano che dietro i numeri ci sono persone, terre e tradizioni. Bruxelles ascolterà? O prevarrà la logica del grande mercato globale?

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