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Accordo Mercosur al vaglio della Corte di giustizia, Cia Sicilia insiste su “reciprocità reale, clausole di salvaguardia efficaci e controlli seri”
di Annalisa Ciprì

L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Paesi del Mercosur continua a dividere politica, istituzioni e mondo produttivo. Un’intesa dal forte peso geopolitico e commerciale, che punta a creare uno dei più grandi mercati integrati al mondo, mettendo in relazione circa 700 milioni di consumatori europei con quelli di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

Ma se da un lato Bruxelles guarda all’accordo come a una leva strategica per rafforzare le relazioni economiche globali, dall’altro crescono i timori in alcuni settori chiave, primo fra tutti l’agricoltura.

Timori che negli ultimi mesi si sono tradotti in mobilitazione. La Cia in primis è scesa in piazza a Bruxelles il 18 dicembre e poi a Strasburgo il 20 gennaio, alla vigilia del voto del Parlamento europeo, per ribadire la propria contrarietà a un’intesa ritenuta penalizzante per molte filiere agricole.

Una posizione netta come spiega il presidente Graziano Scardino. “Sul Mercosur, noi come agricoltori italiani siamo stati contrari. O meglio, non diciamo “no” per principio, ma poniamo condizioni precise, lo abbiamo reso chiaro nella nostra piattaforma“. Un dissenso che, secondo il presidente di Cia Sicilia, ha trovato un primo riscontro politico proprio a Strasburgo. Il voto dell’Europarlamento, con un margine ridottissimo e undici astensioni decisive, ha infatti portato a un risultato inatteso: la richiesta alla Commissione europea di sottoporre l’accordo al vaglio della Corte di Giustizia. 

Un passaggio che la Cia considera un primo traguardo, pur senza cantare vittoria. Scardino chiarisce che la contrarietà non nasce da una chiusura ideologica al commercio internazionale. “Noi non siamo contro gli accordi commerciali e nel 2026 non possiamo certo essere contro il libero scambio delle merci“, sottolinea. Il problema, semmai, è un sistema che, tra dazi annunciati e minacce commerciali, genera instabilità. Un clima che “scombussola i mercati” prima ancora che le misure vengano applicate, con effetti negativi immediati su consumatori e operatori economici. “Siamo contrari ai dazi e a questa continua perturbazione dei mercati, fatta di annunci e minacce. Dal punto di vista commerciale è un disastro“.

Il consumatore cambia comportamento, il buyer non viene più in Italia e si rivolge altrove, “anche se il dazio non si concretizza, il mercato è già stato compromesso e il suo andamento regolare è stato interferito“.

Entrando nel merito dell’accordo UE–Mercosur, il nodo centrale riguarda il confronto tra due blocchi di dimensioni enormi e, soprattutto, profondamente diversi per regole produttive e costi. La Cia ha acceso i riflettori su alcune filiere particolarmente sensibili, carne bovina, pollame, miele, riso e, in modo particolare, agrumi. Settori in cui l’Italia, e la Sicilia in primis, rischiano di subire una concorrenza difficile da sostenere. L’Argentina ha più o meno la nostra popolazione, il Brasile ne ha molta di più, mentre Paraguay e Uruguay pesano meno in termini di consumi.

Dai Paesi del Mercosur arrivano limoni dall’Argentina, ma soprattutto succhi dal Brasile“. Succhi che entrano sul mercato proprio nei momenti di maggiore difficoltà per la produzione italiana e che, grazie a prezzi molto più bassi, finiscono per essere preferiti dall’industria. Il rischio, evidenzia, è che la riduzione o l’azzeramento dei dazi, oggi intorno al 12,5%, renda strutturale questa dinamica, mettendo fuori gioco il prodotto nazionale.

Scardino riconosce che l’accordo contiene anche elementi positivi, come la tutela di oltre 50 denominazioni DOC e IGP e una maggiore regolamentazione dell’Italian sounding, soprattutto nel settore vitivinicolo. “Viene finalmente normato l’uso improprio di nomi che richiamano l’italianità“. Ma questi benefici, secondo l’associazione, non compensano le criticità principali.

Il vero punto di rottura è la mancanza di reciprocità. “Tutto ciò che importiamo non rispetta il principio di reciprocità“, riferendosi all’uso di fitofarmaci e ormoni negli allevamenti del Mercosur vietati da anni in Europa, oltre alle profonde differenze nei costi e nelle regole sul lavoro. Una disparità che si traduce in concorrenza sleale, perché i prodotti europei devono sostenere standard sanitari, ambientali e sociali molto più stringenti. Non si tratta solo della retribuzione o degli oneri sociali, ma anche di tutti i costi indiretti legati alla sicurezza, ovvero formazione, visite mediche, RLS, DPI. “Tutte cose sacrosante, ma che altrove spesso non esistono“.

Il risultato è che il costo dei nostri prodotti, agrumi, carne, formaggi, vino, è inevitabilmente più alto, per via del costo delle materie prime, dei mezzi tecnici e del lavoro. “Per questo chiediamo maggiori garanzie sui controlli“. Ed è qui che si apre un altro capitolo, quello dei controlli,così come sono oggi, non ci soddisfano“. Per la Cia, i meccanismi previsti dall’accordo sono ancora insufficienti. “Chiediamo che, al superamento del 5%, l’intervento sia automatico e immediato“, insiste Scardino, criticando procedure che oggi consentono alle importazioni di continuare anche in presenza di squilibri evidenti. Superata quella soglia, sia in termini di quantità importata sia di prezzo, scatta la cosiddetta clausola di salvaguardia. “Il problema è che oggi la clausola avvia una procedura, ma nel frattempo le importazioni continuano. Non si bloccano le frontiere, non si applicano misure immediate, e il mercato continua a essere invaso dal prodotto”. 

Per questo motivo servono controlli più efficaci sulla qualità e clausole di salvaguardia, per far si che queste funzionino davvero. “Finché questi meccanismi non saranno chiari e i tempi certi, continueremo a esprimere la nostra contrarietà, perché a rimetterci siamo sempre noi, che produciamo con costi molto più elevati e con regole molto più stringenti“.

Da allevatore e agricoltore biologico, Scardino porta anche una testimonianza personale, ricordando come in Europa la riduzione degli antibiotici e i controlli sanitari siano il frutto di scelte precise e di politiche come la PAC. “La carne importata, oltre a non essere fresca perché deve essere congelata, può essere prodotta con metodi che noi non accettiamo più“, afferma.

La posizione della Cia, dunque, non è un rifiuto aprioristico. “Noi non diciamo “no” per principio ma poniamo condizioni precise: reciprocità reale, clausole di salvaguardia efficaci e controlli seri“. In assenza di queste garanzie, l’associazione promette di continuare a far sentire la propria voce. Anche nelle piazze europee.

Nell’immaginario collettivo la carne argentina è associata agli allevamenti bradi nelle pampas, ma la realtà è che esistono anche lì gli allevamenti intensivi. In Europa, invece, grazie anche alla PAC, l’uso di antibiotici è stato drasticamente ridotto e il sistema di allevamento è molto più controllato sotto il profilo sanitario.

Una linea che la Cia rivendica come responsabile e orientata non solo alla tutela degli agricoltori, ma anche dei consumatori europei. Secondo l’associazione, infatti, il tema non può essere ridotto a una semplice contrapposizione tra apertura dei mercati e protezionismo. In gioco ci sono la sicurezza alimentare, la qualità delle produzioni e la tenuta economica di interi territori rurali. Scardino insiste su questo punto, ribaltando una narrazione che spesso accompagna il dibattito sull’accordo UE–Mercosur. “Noi diciamo una cosa semplice, siamo disponibili ad aprire, ma solo se abbiamo la certezza di importare prodotti di qualità almeno simile alla nostra, che non mettano a rischio la salute dei consumatori“. Un appello che chiama in causa anche l’opinione pubblica, chiamata a essere più consapevole delle differenze che stanno dietro ai prezzi più bassi sugli scaffali.

Nel frattempo, la battaglia si sposta sul piano istituzionale. Il rinvio alla Corte di Giustizia europea apre una fase nuova, in cui verranno esaminati non solo gli aspetti giuridici dell’accordo, ma anche la compatibilità con le normative europee in materia di ambiente, salute e lavoro. Per la Cia si tratta di un passaggio cruciale, che potrebbe rafforzare la richiesta di correttivi sostanziali prima di qualsiasi ratifica definitiva.

Il mondo agricolo osserva con attenzione anche le posizioni dei governi nazionali, chiamati a esprimersi in sede di Consiglio europeo. L’Italia, e in particolare le regioni a forte vocazione agricola come la Sicilia, si trovano davanti a una scelta delicata, sostenere un accordo che favorisce alcuni comparti industriali, oppure difendere filiere che rappresentano un pilastro economico, sociale e paesaggistico del Paese.

In questo scenario, la Cia ribadisce il proprio ruolo di rappresentanza e pressione politica. Le manifestazioni di Bruxelles e Strasburgo non vengono considerate episodi isolati, ma l’inizio di un percorso di mobilitazione che proseguirà finché le richieste degli agricoltori non troveranno risposte concrete. “Altrimenti“, avverte Scardino, “continueremo legittimamente a manifestare la nostra contrarietà“.

Una contrarietà che non è chiusura, ma richiesta di equilibrio. Perché, come sostiene la Confederazione italiana agricoltori, un accordo commerciale può dirsi davvero equo solo quando le regole valgono per tutti. E finché questo principio non sarà pienamente garantito, l’intesa UE–Mercosur resterà, per gran parte del mondo agricolo italiano, un’occasione mancata più che un’opportunità.

Non si può chiedere agli agricoltori europei di investire in sostenibilità, benessere animale e sicurezza alimentare e poi aprire le porte a prodotti che non rispettano gli stessi criteri. Una contraddizione che, secondo la Confederazione, rischia di svuotare di senso le politiche verdi comunitarie e di scaricare i costi della transizione proprio sugli anelli più deboli della filiera.

Rafforzare i controlli alle frontiere, rendere davvero automatiche le clausole di salvaguardia e vincolare le importazioni al rispetto di criteri stringenti sono, per la Cia, condizioni non negoziabili. “Solo se questi tre elementi saranno garantiti potremo dare il nostro assenso come confederazione“, ribadisce Scardino.

Per questo l’accordo UE–Mercosur, così com’è, continua a essere guardato con forte preoccupazione. E finché le garanzie richieste non diventeranno realtà, la linea resterà la stessa: dialogo aperto, ma no a compromessi che mettano a rischio il futuro dell’agricoltura europea.

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